Autismo,  Costruttivismo,  Neurodiversità

“Silenzio, si parla!”: l’iniziativa sull’autismo che dà valore alle forme comunicative non verbali

In occasione dell’Autistic Pride Day, la giornata mondiale dell’orgoglio autistico, sono felice di presentarvi un’iniziativa volta a dare visibilità, valorizzare e promuovere tutte le forme di comunicazione ed espressione che non prevedono l’uso della parola. Voglio cominciare ringraziando di cuore tutte le persone, gruppi e associazioni che hanno accettato il mio invito a partecipare mediante la condivisione della campagna o l’invio di contributi che mostrano quanta ricchezza, originalità e potenza comunicativa il linguaggio non verbale possa avere.

 Perché dare valore alla comunicazione non verbale?

Nel nostro immaginario, spesso la comunicazione ha un significato prelativo legato alla possibilità di esprimersi a parole e, nell’assenza di parole o nella mancanza di reciprocità nel sistema di significati utilizzato, possiamo sperimentare l’ansia del non sapere come entrare in relazione con l’altrə. In quest’ansia può prendere forma, giorno dopo giorno, il cosiddetto “muro” che si attribuisce all’autismo. L’autismo, infatti, a mio parere risente in modo particolare di questo “stigma del verbale”, in quanto è rispetto alle persone autistiche che negli anni la cultura del deficit e dell’abilismo (1) ha contribuito maggiormente a consolidare l’associazione tra “non verbale, non reciproco” e “non comunicativo, non empatico”.

Verso la “convivenza tra diversi di noi”

Ritengo che questo modo d’intendere la comunicazione sia uno degli ostacoli che maggiormente intralciano la convivenza (2) fra persone autistiche e persone neurotipiche, e che più contribuisca a creare gerarchie di abilità all’interno dello spettro autistico stesso. Pur riconoscendo al linguaggio verbale e alla parola un’importanza fondamentale sia nella costruzione del pensiero che nell’interazione sociale (3), è facile scivolare nella narrazione per cui chi non si esprime facilmente (o non si esprime del tutto) attraverso le parole è “più disabile” e meno comunicativo, o meno interessato alla comunicazione e alla relazione, di chi invece riesce a farlo. E viceversa, nell’idea che chi si esprime o possa esprimersi anche a parole viva il proprio essere autisticə con maggiore leggerezza, quasi senza difficoltà comunicative e relazionali.

Come clinici siamo chiamatз ad essere costruttori di ponti

Pertanto, senza dimenticare quanta difficoltà si celi dietro il non poter utilizzare il linguaggio verbale, o quanto sia importante poter parlare e attribuire un nome ai propri vissuti e significati, penso che al tempo stesso sia imprescindibile come persone che lavorano con l’autismo e non per l’autismo, fare un passo indietro per lasciare spazio anche ad altre possibilità di espressione, ponendosi in una posizione di ascolto autentico e interessato di ogni forma di espressione, linguaggio o intento comunicativo diverso da quello neurotipico (4). Solo così, a mio parere, potrà avere senso intavolare un discorso clinico o riabilitativo che abbia come obiettivo la condivisione e o la motivazione alla condivisione.

Ringraziando ancora di cuore tuttз voi per la partecipazione, concludo questo post d’apertura con il bellissimo e storico invito di Jim Sinclair (1):

Dovete liberarvi delle vostre opinioni riguardo ai significati condivisi. Dovete imparare a calarvi fino a livelli più basilari, ai quali probabilmente non avevate mai pensato prima, per tradurre, e assicurarvi che la vostra traduzione venga compresa. Dovete liberarvi della certezza che vi viene dal muovervi nel vostro territorio familiare, dal pensare di essere chi comanda, e permettere a vostro figlio d’insegnarvi un po’ del suo linguaggio, di guidarvi un poco all’interno del suo mondo. […] Non piangete per ciò che non è mai stato ma esplorate ciò che esiste.

Hanno accolto finora l’invito ad aderire alla campagna:

Segui l’iniziativa!

  • Se vuoi partecipare proponendo un contributo sul tema, contattami via e-mail.
  • Se ti interessa seguire la campagna, resta aggiornatə sulla sezione del mio sito dedicata al progetto sull’autismo AUTside the box: i contributi usciranno uno alla volta nelle prossime settimane.

Bibliografia
  1. Valtellina, E. (a cura di) (2020). L’autismo oltre lo sguardo medico, I Critical Autism Studies, Volume 1. Trento: Edizioni Centro Studi Erickson.
  2. Acanfora, F. (2021). In altre parole. Dizionario minimo di diversità. Firenze: Effequ.
  3. Fare ricorso alle parole o ad altri strumenti simili come simboli dei costrutti apre nuovi orizzonti per l’uso, per il mantenimento e per la modificazione dei costrutti stessi. […] Cosa accade, invece, quando gli elementi non possono essere richiamati attraverso degli strumenti così plasmabili come le parole? In questi casi, occorre fare ricorso ad altri simboli, probabilmente meno precisi e più ingombranti.” cit. da: Kelly, G. A. (1955). The Psychology of Personal Constructs, Vol. I & II. New York, NY: Norton & Company. (trad. it. parz. La psicologia dei costrutti personali. Milano: Raffaello Cortina, 2004).
  4. Alcuni terapeuti biasimano gli “acting out” del paziente; essi vorrebbero che il paziente fosse in grado di esprimere verbalmente tutti i costrutti. Sarebbe bello che il paziente fosse in grado di farlo. Purtroppo, le cose non stanno così. Se è necessario confrontarsi con i costrutti, il terapeuta deve imparare a gestire lo stesso sistema semiotico non verbale usato dal paziente.” cit. da Kelly, G. A. (1955).

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