AUTside the box – Un approccio costruttivista alla neurodiversità

La neurodiversità

La neurodiversità è una concettualizzazione che si propone di superare il modello medico e i suoi limiti per descrivere le condizioni neuropsicologiche delle persone, inserendole all’interno di un modello teorico di stampo sociale. Il termine fu usato per la prima volta da Judy Singer nel 1996 per indicare il differente funzionamento cognitivo di ciascun essere umano. Questo cambio di prospettiva ci apre all’idea che ogni individuo ha diritto ad essere compreso nelle proprie specificità neuropsicologiche, poiché chiunque è diverso dall’altro anche in termini di funzionamento. Tale differenza è uno dei tanti elementi che caratterizzano la biodiversità umana e come tale non solo va rispettata, ma anche preservata e considerata come una risorsa preziosa per l’umanità.

Tale presa di coscienza è particolarmente utile nella comprensione di condizioni neuropsicologiche finora lette in termini di deficit rispetto ad una norma statistica come l’ADHD, l’autismo ed i disturbi dell’ apprendimento. In quest’ottica, queste diagnosi mediche divengono naturali variazioni della forma umana, e la diversa esperienza percettiva del mondo ed i relativi bisogni psicofisici che ne conseguono va legittimata e compresa.

Il costruttivismo

La Psicologia dei Costrutti Personali (PCP) nasce negli anni ’50 ad opera di George Kelly. Sebbene la PCP e le sue elaborazioni successive non trattino esplicitamente di neurodiversità, molti aspetti di questo approccio lo rendono, a mio parere, adatto a comprenderla. Kelly parte da un presupposto molto semplice, che si può riassumere in una frase: “Se non sai cosa non va in un paziente, chiediglielo. Te lo può dire”.

Questa frase riassume gli aspetti essenziali del costruttivismo:

  • andare oltre i concetti di “sano/malato” e “giusto/sbagliato”: ciò che conta non è la “norma” ma il vissuto della persona
  • la centralità della rappresentazione di sé e del racconto personale: è la persona ad essere esperta di se stessa
  • comprendere la persona nei suoi termini: guardare il mondo con gli occhi di chi ci sta davanti, calarsi nei suoi panni e leggere la sua esperienza con i significati personali che le appartengono
  • considerare le persone come forme in movimento, con le loro caratteristiche di unicità e peculiarità
  • il disturbo è visto come blocco del movimento e non come deficit di funzionamento: da questo punto di vista, chiunque può ritrovarsi bloccato, ad un certo punto del proprio percorso, e chiunque può riprendere il proprio movimento, tenendo conto dei propri vincoli strutturali ma anche delle proprie possibilità
  • non c’è una visione deterministica delle difficoltà: la psicoterapia è orientata ad aumentare le possibilità di scelta della persona e ad aiutarla a riprendere il proprio naturale movimento, confidando nel fatto che ciò sia in una qualche misura sempre possibile per tutti.

Alla luce di questi aspetti, credo nelle potenzialità che l’approccio costruttivista possa dare al lavoro con persone neurodiverse ed anche alla maggiore sensibilizzazione delle persone neurotipiche, nell’ottica di favorire una sempre maggiore comprensione reciproca e migliore convivenza.

 

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